DECRETO BRUNETTA E CERTIFICATI DI MALATTIA

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DECRETO BRUNETTA E CERTIFICATI DI MALATTIA

Il recente Decreto Legislativo n. 150/2009 prevede, fra l’altro, sanzioni molto pesanti per i medici che rilasciano certificati di malattia falsi, che comprendono pene pecuniarie, detentive, revoca del rapporto di lavoro e radiazione dall’Albo. Un regime sanzionatorio, quindi, assolutamente sproporzionato rispetto alle reali necessità, anche perchè, secondo la norma, si può incorrere nel reato di falsa certificazione anche quando si rilasciano certificati basati su “dati clinici non direttamente constatati né oggettivamente documentati”. Orbene, se in linea di principio è indiscutibile che il medico debba certificare solo ciò di cui abbia personale contezza (lo prevede anche il Codice Deontologico), è altrettanto vero che nella realtà per molte patologie non esistono riscontri oggettivi (si pensi alle emicranie o alle lombalgie), oppure si possono presentare senza lasciare postumi rilevabili in sede di visita medica. In presenza di queste situazioni e alla luce della nuova normativa, il medico potrebbe agire in due modi: o rifiutarsi di rilasciare il certificato (ma ciò causerebbe un danno al lavoratore) oppure far precedere al certificato tutta una serie di indagini strumentali e consulenze specialistiche per cercare (forse inutilmente) di appurare l’esistenza della patologia (ma ciò causerebbe un aggravio improprio di spese a carico del SSN). Entrambe le soluzioni, per banale buon senso, non sono auspicabili, e per questi motivi la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici ha chiesto al Ministero della Funzione Pubblica una proroga dell’entrata in vigore di queste norme e un chiarimento interpretativo che possa evitare ai medici e ai cittadini lavoratori di trovarsi in seria difficoltà. Forse la soluzione potrebbe essere quella di “de-medicalizzare” le assenze di malattia di durata fino a tre giorni, consentendo una autocertificazione del lavoratore, fermo restando il diritto del datore di lavoro di chiedere la visita fiscale. Ma si tratta di una soluzione fin’ora non condivisa dal Ministero.

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